Guardians of Time by Manfred Kielnhofer​ – Article by Sebastiano B. Brocchi​

 

Possono comparire

pratic

a m e n t e

o v u n q u e .

Presenze inattese,

perturbanti, come

fantasmi che irrompono

improvvisamente nella concretezza

del nostro mondo, pur senza appartenergli.

Figure incappucciate, solenni, monastiche,

esoteriche, silenziose. Mantelli il cui movimentato

drappeggio è stato congelato nella

fissità di sculture, che pure non sembrano

immobili, bensì colte in posture

ieratiche, come di processioni, preghiere o

rituali misteriosi. Sto parlando dei Guardians

of Time (i Guardiani del Tempo), un

progetto artistico dello scultore austriaco

Manfred Kielnhofer, che lo ha reso noto

praticamente a livello mondiale. Statue

evocative di presenze eterne, che possono

sembrare qui solo di passaggio ma, al contempo,

dare l’idea di trovarsi esattamente

al loro posto, e far sembrare effimero quel

che le circonda. Personaggi senza un corpo,

senza un volto: sono ombre, enigmi.

Eppure, nel loro paradosso, sanno essere

presenze molto più certe, stabili e forti di

chi magari passa loro a fianco per un momento.

Perché spesso le persone di cui

possiamo vedere il volto e il corpo, in realtà,

non si trovano in nessun posto. Caotiche

nubi di preoccupazioni, problemi, ragiona

menti, occhi puntati su un continuo altrove,

che si spostano da un luogo all’altro senza

essere realmente da nessuna parte. Questi

Guardiani, invece, sembrano aver creato

dentro di loro lo spazio per essere, e questo

li rende realmente presenti.

Manfred Kielnhofer, in realtà, non ha

fatto che dare forma – attraverso la sua personale

visione artistica – a un’esigenza, un

bisogno primario che accompagna l’umanità

fin dagli albori della civiltà. Mi riferisco

al sentimento di impermanenza e alla necessità

di percepire una forma di salvaguardia

della propria identità, dell’insieme

delle proprie nozioni, dei propri valori, di

una memoria individuale e collettiva. Un

moto primario dell’animo che è sicuramente

tra i principali responsabili del sorgere

del sentimento religioso, della devozione a

qualcuno o qualcosa che possa preservarci

dall’oblio. Ma se, da un lato, ci si è sempre

ancorati alla speranza che esistano entità,

o metafisiche presenze benevole, disposte

a tutelare i propri fedeli – motu proprio o in

risposta a preghiere e sacrifici di varia natura

– c’è anche chi, fin dai tempi più antichi,

ha deciso di non affidare la propria

memoria soltanto ai numi tutelari, bensì di

agire concretamente per ideare soluzioni

atte a garantire una continuità delle informazioni.

Il bisogno di creare dei ponti generazionali,

di tramandare il proprio sapere

o punto di vista, il frutto delle proprie

esperienze così come la testimonianza dei

propri sentimenti, ha portato, ad esempio,

alla nascita della scrittura. Parallelamente

allo sviluppo prettamente lessicale, grammaticale

e grafico di quest’ultima, tuttavia,

si rivelava necessario sperimentare la longevità

dei diversi tipi di supporto, oltre a

realizzare degli spazi atti alla conservazione

degli scritti. Perché l’aspetto creativo ed

espressivo è solo il primo passo, ma affinché

la scrittura si riveli un efficace metodo

per tramandare la conoscenza bisogna garantire

anche la sua conservazione a lungo

termine. Questo valeva per la scrittura come

sarebbe valso in seguito per i metodi di

trascrizione d’informazioni nati in epoche

successive, ad esempio le registrazioni audio

e video.

Scontrandosi con l’evidenza della

morte fisica (malgrado i tanti, variegati e

fantasiosi tentativi di sconfiggerla che ci

sono stati descritti dal mito e la letteratura)

gli uomini si sono progressivamente resi

conto che, sebbene non avrebbero potuto

preservare se stessi dall’inesorabile passare

del tempo, avrebbero quantomeno potuto

cercare di tramandare ai posteri le acquisizioni

culturali della loro civiltà, che si

trattasse di avanzamento scientifico e tecnologico

o di conquiste sul piano stilistico

e creativo, senza dimenticare le esperienze

di natura interiore come la mistica. Il tentativo

non era certo sinonimo di successo:

è probabilmente incalcolabile la quantità

d’informazioni andate perdute – alcune

delle quali irreparabilmente – con il passare

dei secoli e dei millenni. In parte per

motivi estranei alla volontà umana, come il

semplice logorio, passando per ogni tipo di

calamità naturale, in parte per opera

dell’uomo stesso: quante guerre, dai tempi

più remoti fino ad arrivare ai giorni nostri,

ci hanno mostrato l’inconcepibile violenza

e accanimento della nostra specie nel voler

distruggere, insieme ai nemici, anche il loro

patrimonio culturale ed emotivo?

Ahimè, in genere solo molto, molto

tempo dopo aver distrutto, depredato o sfi-

gurato delle irripetibili manifestazioni di

civiltà, iniziamo a percepirne il vuoto e la

mancanza, a concepire l’assurdità di aver

cancellato ciò che era altro e diverso da noi

per il semplice fatto che non eravamo in

grado di comprenderlo. Perché nel momento

in cui nasce un conflitto, e finché

esso non ha consumato il proprio combustibile

ideologico, il nostro unico interesse

è dimostrare la supremazia di una fazione

sull’altra, la fondatezza di un credo e l’eresia

dell’altro, la superiorità di una razza

sull’altra… allora ci sembra giusto adoperarci

per fare come se tutto ciò che è estraneo,

straniero, sbagliato, contrario, non sia

mai esistito, non si sia mai frapposto tra noi

e il nostro modo di immaginare il mondo.

Poi, quando cessa l’avversione, la foga iconoclasta,

o siamo riusciti nell’intento di

epurare l’elemento discordante, quando

forse noi stessi iniziamo a mutare le nostre

idee, quando cadono i dogmi, si trasformano

i gusti, si rinnovano gli stili e i discorsi

delle nuove generazioni non parlano più la

stessa lingua di quelle che ci lasciamo alle

spalle, allora iniziamo a pentirci, a rimpiangere

ciò che è stato o avrebbe potuto essere.

Perché se il futuro è diventare altro, metamorfosi

incessante, forse è appunto

soltanto allontanandoci da noi stessi (cioè

da come siamo stati) che possiamo iniziare

a comprendere ciò che diverso lo era già

prima. Allora sopraggiunge quel momento

in cui, guardandoci indietro, ci appare più

alieno, esotico e distante quel che eravamo

noi, anziché quel che abbiamo cercato con

ogni mezzo di annichilire poiché esulava

dai nostri paradigmi. E ancora: quando l’allontanarci

da noi stessi è diventato tale da

sentirci ormai privi di punti d’orientamento,

di basi e radici, riscopriamo il gusto nostalgico,

il vintage, il retrò, e tutto ciò che

possa rievocare quel che un tempo avevamo

tanta fretta di superare, di abbandonare,

di soppiantare in nome di novità che

parevano rendere tutto quanto immediatamente

vecchio e obsoleto.

Ma bisogna davvero arrivare a perdere

qualcosa per rendersi conto del suo valore,

come amano dire alcuni? No. Ci sono persone

che, per fortuna, si rendono conto di

ciò che hanno – e del suo valore – nel momento

in cui ce l’hanno. Persone che non

devono aspettare i rimpianti nell’assenza

per rivalutare le gioie della presenza. Sono

appunto queste persone i veri Guardiani di

cui parlavamo inizialmente: coloro che

amano qualcosa e per questo si dedicano

alla sua protezione e conservazione. Questo

vale a vari livelli e può coinvolgere le più

diverse competenze in tutti i campi.

Gli archivi di Ebla, in Siria, dal 2500

circa fino alla distruzione della città, verso

il 2250 a.C., costituiscono la più antica biblioteca

organizzata finora scoperta. Oggigiorno

disponiamo di una tecnologia di

archiviazione lontana anni luce, in termini

quantitativi, da quei primi antichi esempi

di raccolte di testi: basti pensare all’impresa

da guinness dei primati compiuta da

Ibm con la recente presentazione di un’unità

d’archiviazione dalla capacità record

di 120 Petabytes (120 milioni di GB), ovvero

sei volte più capiente del sistema con

cui Facebook archivia i dati dei suoi oltre

750 milioni di utenti. Ma, al di là delle meraviglie

che la tecnologia può compiere,

quegli antichi uomini di Ebla non sono forse

accomunati dalla stessa preoccupazione

e dedizione che spinge i moderni sviluppatori

di dispositivi (sempre meno

analogici e sempre più digitali) a studiare

e creare archivi per salvaguardare la

nostra memoria?

Non è forse la stessa passione a legare

chi, su scala individuale o collettiva,

privata o pubblica, crea raccolte, collezioni,

musei, database, album, diari, registrazioni,

affinché qualcuno, un giorno, si ricordi

di noi, così come dei fantastici doni

che il pianeta ci offre ma che (forse per

stupidità, avarizia o incompetenza) stiamo

depauperando in modo sconsiderato? Sì

perché se preservare informazioni sulla

nostra identità può essere importante, a

maggior ragione lo è cercare di salvaguardare

lo spazio vitale in cui quella stessa

identità ha potuto nascere e formarsi; affinché

l’avanzamento della tecnologia non

rappresenti soltanto uno sfruttamento

sconsiderato delle risorse a nostra disposizione,

bensì uno strumento per prenderci

cura di quelle stesse risorse.

“Le spese militari mondiali hanno superato

il muro dei 1.700 miliardi di dollari e

sono valutati in 1.739 miliardi di dollari, pari

al 2,3% del Pil mondiale” (vita.it), forse

perché il nostro primo pensiero quando

vogliamo sentirci protetti e difesi è quello

delle armi. La legge del più forte. Ma la

tecnologia, dal mio punto di vista, ha realmente

un senso quando non è pensata per

scontrarsi, per distruggere, bensì per diventare

la prima vera Guardiana del nostro

tempo, per dimostrare il nostro amore

per l’umanità e il nostro pianeta. Alla logica

dei fucili e dei carri armati io preferisco

una tecnologia che si distingua per imprese

come la “Fecondazione in vitro e madre

surrogata per salvare la specie del rinoceronte

bianco settentrionale, del quale rimangono

al mondo soltanto due esemplari, due

femmine, in una riserva del Kenya. E’ il tentativo

nel quale sarà coinvolta anche una

azienda italiana, la Avantea di Cremona, insieme

all’istituto IZW di Berlino e al Kenya

Wildlife Service” (ansa.it).

GUARDIANS OF TIME

INTERVISTA A MANFRED KIELNHOFER

Ho avuto l’onore di avere uno scambio

di vedute in merito direttamente con il creatore

di queste opere d’arte intrise di suggestione

e misticismo, ed ecco quali

considerazioni sono emerse dalla nostra

conversazione con Manfred Kielnhofer:

Manfred, stavo riflettendo sul fatto

che i Guardiani richiamino anche l’idea

della vecchiaia, poiché generalmente sono

gli anziani ad essere i custodi della memoria,

in opposizione all’idea di gioventù

che è più legata all’avanzamento e la scoperta.

Ma non può esserci progresso andando

soltanto avanti. L’equilibrio è dato

dal ricordare di guardarsi alle spalle, a ciò

che è passato e che non dev’essere dimenticato.

Cosa ne pensi?

Esatto. Realizzando alcuni Guardiani

come statue di pietra e altri come statue di

luce, ho voluto proprio rappresentare ciò

che viene dal passato e riporta la mente a

epoche antiche (la pietra) e che nella sua

forma luminosa si volge al futuro. Vorrei

che chi osserva i Guardiani non dimenticasse

di pensare positivo e sorridere. In

essi è racchiusa, infatti, l’idea di proteggere

il passato e costruire un bel futuro attraverso

l’arte, l’amore e la libertà.

Infatti un’altra questione che mi sembra

importante far emergere è che un

Guardiano sia tale poiché il suo proposito

è quello di “proteggere”. Se consideriamo

che la vera radice del concetto di protezione

sia l’amore, penso si possa dire che, per

imparare a preservare e proteggere qualcosa,

sia necessario per prima cosa imparare

ad apprezzarla e ad amarla. Questo si

applica anche alla memoria, al passato e

alla sua eredità. I suoi “guardiani” devono

essere persone che sappiano cosa significhi

amare e prendersi cura delle cose. È

un discorso che trova una risonanza nel

tuo lavoro?

Assolutamente. Proteggere e difendere

per amore. L’amore e la famiglia sono

importanti, direi la base di qualunque benessere,

poiché da questi deriva la felicità

che può bilanciare le diverse difficoltà e

avversioni della vita. Ma è necessario in

primo luogo imparare ad amare se stessi

per poter diffondere il proprio amore anche

al prossimo. L’arte per me è innanzitutto

amore e libertà.

Chronograph “GUARDIANS OF TIME by Manfred Kielnhofer”

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